Giovanni Boldini, un geniale antipatico

“Che curioso, buffo, brutto omino!… . Penso a lui come ad uno gnomo sgarbato, sgraziato, vanitoso, geloso, astioso…, invidioso, acre, dispettoso, gnomico”

(C. Pizzorusso, Carlo Placci e l’arte francese del primo Novecento, Firenze 1976, p.36).

 

Vincenzo Gemito, Ritratto di Giovanni Boldini, bronzo su base di marmo, 1877-78

Pur riconoscendone le qualità espressive, è con queste parole che nel 1905 Carlo Placci annotava sul diario le impressioni ricevute dall’incontro con Giovanni Boldini e sebbene nella inusuale asprezza delle aggettivazioni si possa individuare una logica quantomeno arbitraria e ingenerosa, tale testimonianza, non nuova, ne tantomeno isolata, delinea i connotati caratteriali di una personalità complessa, poco amata dalla critica contemporanea, aprendo a una valutazione fuori scena del difficile clima di pregiudizio intellettuale nel quale si consumò la vicenda artistica e umana del pittore.
Qualche anno più tardi sarà lo stesso Placci a offrire una nuova testimonianza sui faticosi rapporti intrattenuti con Boldini: “Una volta vedo Boldini che mentre mi dice che Mrs Leeds paga 50.000 lire il suo ritratto, e varii ne ha sul cavalletto, si vanta nei due anni di guerra di aver dato ben 5.000 lire per filantropia di guerra: e non s’accorge che è una miseria. A stento gli strappo quattro fotografie di quadri suoi figuranti signore con note e la firma…, ogni firma sua produrrà 100 lire! Questo gnomo egoista e invidioso, che non ama il bene, pieno di pessimismi, è lontano dalle atmosfere della guerra. Ma che diabolismo nelle sue strambe linee! E che talento nel colore e rendimento d’una certa veste deliziosa (M. J. Cambieri Tosi, Carlo Placci, Firenze 1984, p.334).
La sua opera, di non facile collocazione stilistica, ricevette le prime critiche nel 1867, all’indomani del suo esordio alla promotrice fiorentina del ’66, quando sul Gazzettino delle arti del disegno, un articolo elogiatorio dell’amico Telemaco Signorini, evidenziava da un lato i pregi della inedita impaginazione ritrattistica e dall’altro ammoniva l’eccessiva tonalità dei colori troppo belli di per se (T. Signorini, Della esposizione della Società Promotirice di Belle Arti in Firenze, in Gazzettino delle Arti del Disegno, Firenze 1867, a proposito dei quadri di Giovanni Boldini).

La sua insofferenza caratteriale, manifestata anche attraverso l’assoluta indipendenza di un lessico espressivo sempre misuratamente distante e al di la di ogni movimento artistico, se da un lato condizionò fortemente il suo modo di essere pittore, nondimeno pesò sulla formazione del giudizio critico che, legando alle virtù morali e al valore civile l’operato dell’artista, ridusse il caso Boldini a accezione negativa di un periodo storico prevalso dal gusto per l’ostentazione e per l’eccesso.

Giovanni Boldini nel 1898 in compagnia di Alice e Paul Helleu

Oggi a più di settant’anni dalla morte, superata l’iniziale riprovazione di Berenson e la condanna all’arte italiana dell’800 formulata da Roberto Longhi nel 1914, è possibile trattare il tema Boldini con il necessario distacco, riconsiderando l’accondiscendenza ma anche le denunce mosse da certe rappresentazioni dell’universo alto borghese, quali testimonianza delle autentiche connotazioni morfologiche di uno spaccato della società ottocentesca, semmai accomunabili alle interpretazioni campestri del tardo naturalismo, che in molti casi, anche con esiti rappresentativi sorprendenti, adottarono cliché narrativi iconograficamente desunti dalla operosità rurale, svuotata tuttavia di contenuti sociologici e tensioni drammatiche.

Lo stesso epistolario è ricco di aneddoti che, sempre a partire dal 1867, evidenziano continui dissapori con colleghi e amici, fra i quali l’incisore, pittore e drammaturgo Marcellin Desboutin, inizialmente benevolo e provvidenziale sostenitore di Giovanni Boldini, poi più tardi, da Parigi, mittente di due lettere indirizzate a Signorini dove prega l’amico di “far pervenire questa mia a quel piccolo signore, che mi tratta senza tanti complimenti” (T. Panconi, Giovanni Boldini, L’uomo e la pittura, Pisa 1998, p. 18). reclamando le chiavi del suo studio fiorentino messo generosamente a disposizione del giovane esordiente ferrarese. L’anno successivo, quando Giovanni Boldini, per lunghi periodi ospite nella villa dei nobili inglesi Falconer, invita Signorini a trascorrere la domenica a Pistoia, pregandolo di passare dallo studio di Desboutin a prendere tre suoi quadri, la questione risulta dunque ancora aperta, portandolo a obbligarsi a liberare la stanza la settimana seguente (S. Bartolini, Giovanni Boldini, un macchiaiolo a Collegigliato, Firenze 1981, p. 138).

Entro il volgere del decennio, si consumarono anche i controversi rapporti con la famiglia Falconer, iniziati con la preferenza accordata a Boldini attraverso le generose commissioni ma deteriorati a seguito delle presunte inadempienze della signora Isabella, a cui non ammettendo alcun debito di riconoscenza Giovanni Boldini rifiuta qualsiasi agevolazione: “Mio caro sig. Telemaco… [scrive la donna gravemente colpita da una malattia che la porterà al decesso], io vorrei che Boldini fosse qui davanti a noi, perché non dica che io devo trovare mille scuse per farlo partire dalla mia casa dove non trova da far niente di ciò che dice. Io gli ho risposto che prima di Gennaio non riceverò io stessa il denaro e tutto quello che potevo fare era di cercare di fargli dare 500 fr. da mia figlia per il suo ritratto, quello della piccola che lui ha già fatto senza averlo chiesto… (A. Del Soldato, Lettere e documenti inediti, in Giovanni Boldini, op. cit., Pistoia 1984, p. 18).

Quando nel marzo del 1875, le condizioni di salute della madre volsero al peggio, portandola alla morte a soli 64 anni, mantenendo un atteggiamento del tutto distaccato, Giovanni Boldini già stabilmente residente a Parigi, convenne di non raggiungere Ferrara per concederle l’ultimo conforto e per la partecipazione alle esequie.

Non facendo, nemmeno nella fitta corrispondenza listata a lutto intercorsa in quei giorni con Cristiano Banti, riferimenti alla scomparsa della genitrice egli manifestava, attraverso il rigetto del dolore, la condizione di assoluta solitudine, nella quale versava l’artista, apparentemente incapace di amare e emotivamente troppo fragile per accettare l’ineluttabilità del trapasso.
L’atteggiamento ingiustificatamente protestatario, tenuto all’indomani della sua premiazione alla prima biennale di Venezia del 1894, alla quale partecipò nella doppia veste di corrispondente da Parigi e di espositore, rimanda invece alle considerazioni semantiche sulla insufficienza del risultato prodotto dal confronto diretto fra individualità distinte.

Ritratto di Giovanni Boldini con bastone e paglietta, archivio privato

Infatti mentre a Francesco Paolo Michetti, in gara con La figlia di Jorio spettava il premio internazionale del comune fissato in 10.000 lire a Giovanni Boldini, in competizione con Ritratto del maestro Verdi e Ritratto della signorina Erràzzuriz, giungeva il riconoscimento nazionale dei comuni della provincia di Venezia assicurato per 5.000 lire, ma immediatamente respinto dal nostro perché ritenuto inadeguato ai suoi meriti, a suo parere di gran lunga superiori alle qualità interpretative espresse dal maestro abruzzese.

Giovanni Boldini fu un uomo dunque difficile da trattare, probabilmente impossibile da comprendere ma certamente capace di nutrire intense passioni, quali furono per lui, l’attaccamento incondizionato alla pittura, a cui dedicò l’arco dell’intera esistenza o quello vagheggiato e rimasto idealmente irrisolto per il primo amore Giulia Passega, annettendo al breve ma intenso repertorio dei sentimenti, l’affetto per il fratello Gaetano e il tenero ricordo dei pochi incontri che lo legarono anche sentimentalmente a Alaide Banti.

Allineandosi all’opinione comune, nel 1909, dalle pagine de La voce è Ardengo Soffici a tracciare un breve profilo sulla discussa cifra stilistica del più celebre italiano all’estero (Giovanni Boldini), riassumendo i concetti tenuti da una certa critica, fermamente determinata a non riconoscere il genio nel grande artista, riconducendo il problema alla bellezza effimera delle sue muse, contaminate, anche esteticamente, da una società priva di ideali, : “Grande? Chi dice che sia grande? Io no di certo. Io dico che è vivo e che esprime spiritosamente ciò che gli cade sott’occhio in quella spregevole società in cui vive, e che tutti i Sargent, tutti i La Gandara e tutti gli Helleu di questo mondo, non sono che miserabili pappagalli a petto a questo italiano” (A. Soffici, Italiani all’estero, Giovanni Boldini, in La voce, 18 marzo 1909).
Fra le fila dei suoi detentori militarono sopra tutti i critici e gli storici dell’arte e perfino gli amici più stretti fra i quali il caricaturista Sem che nell’articolo commemorativo apparso su Le Figaro a quattro mesi dalla scomparsa dell’insigne pittore finiva col perdonargli le sue malvagie stravaganze soltanto in considerazione del suo enorme talento artistico (George Gourcaut, in Le Figarò, Parigi 24 maggio 1931).

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